Il grande fotografo Gianni Berengo Gardin non è un artista.

 

Il maestro Berengo Gardin è uno dei più famosi fotografi del mondo. Ha pubblicato più di 200 libri ed ha avuto apprezzamenti da fotografi come Henri Cartier Bresson, ma non è un artista.

Questa chiaramente non è la mia opinione, ma proprio la sua, che dice di non ritrovarsi nella definizione di artista, ma in quella di documentarista.

Conosciuto per le sue foto fatte in strada a persone comuni e per i suoi progetti fotografici che più di una volta hanno avuto degli importanti risvolti sociali, uno su tutti “Morire di classe”, reportage sulla situazione dei manicomi nel 1969 che diede un importante contributo all’approvazione della legge Basaglia 180/78 nel 1978. Berengo Gardin scatta rigorosamente in bianco e nero, perché ritiene che il colore distragga e non permetta di concentrarsi sui volti delle persone che sono la parte più importante in una fotografia.

Quando ho sentito queste sue parole in diversi video (vi consiglio di vedere le interviste fatte da Ryuichi Watanabe di NOC) ammetto di avere storto il naso.

Lo so non sono nessuno, sono l’ultimo dei fotografi, ma mi piace leggere e guardare le foto dei grandi maestri. Capire perché scattino in quel modo e perché una foto sia più bella (o buona) di un’altra. Tuttavia penso che l’ammirazione incondizionata per i grandi maestri non sia mai un’occasione per crescere, sono anche loro persone normali, possono sbagliare e bisogna stare attenti a selezionare gli insegnamenti.

Documentare la realtà attraverso delle foto in bianco e nero mi suonava male, la realtà è a colori e se vuoi rappresentarla più fedelmente possibile dovresti usare il colore, pensavo.

Come ragionamento non fa una piega, se non fosse che il mondo per l’appunto non è mai o bianco o nero, ed ho riflettuto sulla percezione dei colori.

La percezione del colore.

Non esiste un unico modo di vedere i colori, senza andare a considerare situazioni patologiche come il daltonismo, ognuno di noi ha una percezione soggettiva del colore.

In due parole il colore nasce dalla luce bianca che colpisce la superficie degli oggetti, che possono assorbire o riflettere determinate frequenze. Il colore deriva da quelle che riflette, se le riflette tutte ad esempio percepiremo il colore bianco, se riflette solo quelle lunghe e medie percepiremo il colore giallo, se le assorbe tutte avremo il nero. I recettori nel nostro occhio sono sensibili a tre lunghezze d’onda che corrispondono ai colori RGB, rosso, verde e blu. Questi stimoli cromatici vengono inviati al SNC (sistema nervoso centrale) rielaborati e tradotti in colori.

Ed è quest’ultimo passaggio che trovo importante, perché evidenzia che il colore viene creato dal nostro sistema percettivo e che quindi non esiste un colore verde universale, ma la percezione che ognuno di noi ha del colore verde.

Il bianco e il nero in questo senso, ci vengono incontro, sono “più universali” rispetto agli altri colori ed è forse per questo motivo che spesso le fotografie in bianco e nero sono più apprezzate. Perché sono più “semplici” e vanno dritte a stimolare determinate aree, primordiali, del nostro cervello.

La scelta di Berengo Gardin e di tantissimi altri grandi fotografi di scegliere il bianco e nero per le loro fotografi documentaristiche sotto quest’ottica inizia ad avere ancora più senso.  Documentare la realtà in modo “semplice” per evitare che l’osservatore si perda in una marea di informazioni, (colori, forme e luci), ma si concentri sull’essenza della foto.

In conclusione penso che la fotografia sia un’arte e che Berengo Gardin, che ama definirsi “manovale della fotografia) in realtà sia un artista, perché interpreta la realtà attraverso la sua sensibilità e la sua Leica da più di 50 anni e questo non possono farlo tutti. Il “manovale” ha il grande merito di saper costruire, ma senza l’arte dell’artista costruirebbe soltanto foto orribili, come sta accadendo sempre più spesso da quando il digitale si è diffuso.

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(tutte le foto presenti nell’articolo sono state scattate da Gianni Berengo Gardin e sono di proprietà della Fondazione forma)